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di ANTONIO SOCCI

La disobbedienza pubblica al Papa del cardinal Martini non è solo triste e inquietante. È ormai anche uno scandalo per noi semplici fedeli cristiani. L'effetto di questo suo controcanto al Vicario di Cristo l'ho colto in una mail che ho ricevuto ieri da un mio contestatore cattoprogressista. Dimenticando che contrapporsi al Papa in nome di una "Vera Chiesa" è un pessimo argomento (perché usato nei secoli scorsi da eretici e scismatici) costui mi scriveva: «Caro Socci, per fortuna esiste la Vera Chiesa che non la pensa come lei o Ratzinger e Ruini. Il cardinale Martini, espressione della parte migliore della Chiesa uscita sconfitta nel conclave dalla parte più retriva e conservatrice, rappresentata da Ratzinger e Ruini, scende in campo contro la deriva reazionaria vaticana ...».

A cosa si riferisce? Semplice. Martedì 13 marzo Benedetto XVI ha pubblicato la sua Esortazione Apostolica, frutto del Sinodo dei vescovi, nella quale invita i cattolici a testimoniare i «valori non negoziabili», come la vita e la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna. Il Papa richiama anche i politici cattolici alla «coerenza eucaristica», quindi a «non votare leggi contro natura». Pur essendo un documento destinato alla Chiesa universale è ovvio che queste parole rappresentino, per i "politici cattolici" italiani come la Bindi e Prodi, un autorevolissimo altolà.

IL GRAN RICHIAMO
Costoro erano in attesa dell'annunciata "Nota" della Cei, temendo che vi possa essere un richiamo vincolante al voto contro i Dico (come annunciato da Ruini) ed ecco arrivare qualcosa di ben più pesante. Ancora più autorevole della Nota della Cei, il Papa stesso richiama i deputati cattolici, vincolandoli a votare contro quel riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Per i cattolici del centrosinistra è stato un colpo da ko. Ma nel giro di 48 ore è arrivato il "soccorso rosso" (anzi: porpora). Il cardinal Martini tuona in una intervista alla Repubblica: «La Chiesa non dia ordini, serve il dialogo laici-cattolici». C'è una precisa contestazione delle parole del Papa. Benedetto XVI infatti aveva affermato: «I vescovi sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del loro gregge». Così segnalava ai vescovi l'obbligo che hanno di insegnare la verità di Cristo ribadendo ai pastori italiani la doverosità di quella "Nota". Ebbene, Martini come fosse un Antipapa - due giorni dopo afferma: «Credo che la Chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall'alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati». È chiaro che Martini vuole scongiurare che la Nota della Cei contenga parole vincolanti per i politici cattolici. Naturalmente i vescovi italiani terranno fede al "dovere" loro indicato dal Papa, altrimenti si configurerebbe una disobbedienza che avrebbe il sapore di un'aperta ribellione al Vicario di Cristo. Ma cosa può aver indotto Martini a una mossa così temeraria? Di certo il fortissimo allarme che c'è fra i cattolici dell'Unione, che si sentono ormai completa- mente delegittimati dalla Chiesa. Ma anche ragioni ecclesiastiche. Del resto l'attacco di Martini appare del tutto astratto e pregiudiziale. Per mesi infatti il cardinal Ruini, la Cei e il Papa hanno motivato e spiegato la posizione della Chiesa sui Dico e sulla deriva nichilista dell'Europa, raccogliendo anche molti consensi laici (e della maggioranza degli italiani). Quindi non si tratta per nulla di un ordine incomprensibile che piove dall'alto. D'altro canto è triste che un prelato come Martini che proviene dalla Compagnia di Gesù, il cui quarto voto è l'obbedienza assoluta al Papa ("perinde ac cadaver", come un corpo morto nelle mani del Papa), indichi oggi al pubblico disprezzo il «comando ricevuto dall'alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati».

IL QUARTO VOTO
Il cardinale ha dimenticato il suo quarto voto? O forse ha dimenticato - lui, un biblista - che la Legge di Dio è per l'appunto «un comando ricevuto dall'alto», sul Sinai, da Mosè? O ha dimenticato che la natura stessa del cristianesimo è per l'appunto la Rivelazione di Dio? Nell'intervista a Repubblica, Martini contrappone «le nostre parole» (le parole cioè della Chiesa) che gli sembrano «cadute dall'alto», al Vangelo che «non porta parole strane, incomprensibili, ma parla in modo che tutti possono intendere». Che vorrà dire? Le parole di Gesù nel Vangelo sono ben più esigenti e decise di quelle che usano in genere i vescovi di oggi. Lui non concedeva niente all'opinione pubblica dominante. Le sue parole sembravano talora così "dure" e controcorrente che un giorno dovette dire ai suoi stessi apostoli: «Volete andarvene anche voi?». Infine è strano che Martini inviti a dialogare con «chi ha un'altra religione». Perché non chiede lui ai musulmani d'Italia cosa pensano dei Dico? Il gesuita padre Samir, nei giorni scorsi, su Asianews, ha scritto: «L'Islam è stato sempre spietato sui rapporti omosessuali. Eppure in Italia c'è silenzio del mondo musulmano su coppie di fatto e omosessualità. Curiosamente, su questo problema, le comunità musulmane - tanto difese dai progressisti liberal - non si sono pronunciate. L'Ucoii, ad esempio... parla solo quando gli conviene politicamente».

STRUMENTALIZZAZIONI
Perché non parlano? E la Sinistra perché sui Dico non considera i musulmani? «Come mai», si chiede padre Samir, «quando si è trattato di togliere alcuni segni visibili della tradizione cristiana (il crocifisso, il presepio, ecc...) parecchie voci hanno utilizzato l'argomento dei musulmani da non offendere (come se il presepio fosse un offesa per loro!), e quando si tratta di questioni così fondamentali per loro non se ne parla? Non sarà che il mondo liberal li sta strumentalizzando, utilizzandoli per confortare una sua opinione solo quando fa comodo? Questo non è rispetto, ma manipolazione». Gli argomenti di Martini insomma appaiono infondati. Poi c'è il problema enorme del suo controcanto al Papa. Sia chiaro, Martini può ben ritenere che la Chiesa sulla questione dei Dico dovrebbe usare un altro linguaggio e fare altre scelte. Ma è un cardinale di Santa Romana Chiesa (oltretutto in pensione), ha giurato obbedienza al Papa, e, se proprio ci tiene, sarebbe tenuto a dire le sue idee al Papa, non a fargli pubblicamente il controcanto. Perché una tale opposizione pubblica crea scandalo, ha un effetto devastante sui fedeli, lacera il Corpo di Cristo. Infine scredita l'autorità della Chiesa facendo ritenere che quella del Papa sia solo un'opinione fra le tante, che ogni vescovo vada per una strada diversa e che ogni cattolico possa pensarla come crede su questioni fondamentali. Oltretutto non è la prima volta. Basti ricordare la clamorosa intervista, dell'anno scorso, di Martini all'Espresso, il "dialogo filosofico" col senatore Ds, Ignazio Marino. Il vaticanista dell'Espresso, Sandro Magister, sottolineò che era stata lanciata con clamore proprio «negli stessi giorni in cui i media di tutto il mondo illustravano e commentavano il primo anno da papa di Benedetto XVI». Magister spiegava: «Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, il cardinale Martini è stato universalmente considerato come il più autorevole esponente dell'opposizione "progressista". E il medesimo giudizio continua a circolare, su di lui, anche in rapporto al papa attuale». Magister segnalava tutti i temi su cui Martini si contrapponeva all'insegnamento del Papa e della Chiesa. E definiva questa intervista come «il primo grande atto di opposizione a questo pontificato, ai livelli alti della Chiesa». Quanto può perdurare tutto questo?

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LIBERO 17 marzo 2007