«Io sono un afro-lombardo». Si presenta così Guillaume Otto Bitjoka e assicura che la definizione non dovrebbe apparire, da alcuna angolatura, strana o bizzarra. Poi, lo sa anche lui, che invece non è così, e un po’ strana all’orecchio suona la rivendicazione di questo estroverso imprenditore di colore, da trent’anni residente nel capoluogo lombardo. Perché? «Per un problema culturale – dice – che tende a leggere l’immigrazione secondo categorie ormai vecchie che, guardando al problema, tendono a elaborare soluzioni in base all’emergenza e alle esplosioni di rabbia, anziché a partire dalla prospettiva umana: l’immigrato è un uomo come chiunque altro. Vive anche lui di aspettative e progetti». Dice Bitjoka che quando si definisce afro-lombardo, i più strabuzzano gli occhi: «Eppure io lo sono a tutti gli effetti». Per certi versi, è più milanese di tanti Brambilla e Colombo. «Ho visto cambiare la città, le sue vie e i suoi ristoranti come qualsiasi altro cittadino negli ultimi trent’anni. Ho le stesse paure, lo stesso destino, gli stessi desideri di chiunque altro». Bitjoka, camerunese, è giunto nel capoluogo lombardo nel 1976 dopo avere vissuto («ma diciamo pure che, come tutti i giovani, più che altro, bighellonavo») a Parigi. Si laureò all’università Cattolica di Milano in Economia, pagandosi gli studi grazie al lavoro di cameriere nel celebre ristorante Savini. Cinquant’anni, valdese, due lauree (l’altra è in filosofia), un master in Finanza aziendale e uno spirito imprenditoriale da baùscia doc. È lui l’ideatore degli Stati generali dell’immigrazione che si sono svolti sotto la Madonnina due anni fa, è lui a capo della fondazione Ethnoland, è lui che vuole lanciare, a partire da dicembre all’università Iulm, «un corso post laurea sull’immigrazione, perché è ormai ora di affrontare la battaglia da un punto di vista accademico. Occorre darne una lettura che sappia prescindere dagli eventi di cronaca e sia in grado di fornire strumenti filosofici più adeguati al fenomeno. Non in modo sociologico, ma a partire dal territorio. In un mondo in cui la mobilità è globale, e dove siamo un po’ tutti immigrati, abbiamo bisogno di nuove categorie di pensiero che non ci facciano più sbalordire di fronte alla definizione di afro-lombardo». Errori di destra e sinistra Bitjoka legge i giornali in questo periodo e un po’ si deprime. A Milano un giovane, Abdul, è stato ucciso per aver rubato dei biscotti. A Castel Volturno si è consumata la “strage di San Gennaro”, in cui sono stati uccisi sette ragazzi di origine africana, probabilmente per un regolamento di conti camorristico. A Parma i quotidiani hanno mostrato prima la fotografia di una prostituta legata e abbandonata sul pavimento, poi raccontato il caso di Emmanuel Bonsu Foster, lo studente che ha denunciato i vigili urbani di averlo malmenato senza motivo e di averlo apostrofato con epiteti razzisti. Ma Bitjoka non si scoraggia per gli episodi di cronaca in sé, quanto per come essi siano usati per sottolineare “altro”. «Mi spiego: che accadano questi fatti incresciosi è “normale”». Normale? «Nel senso che ne capitano in continuazione di vicende simili. La differenza è che di solito rimangono in un cono d’ombra, invece adesso le hanno posizionate sotto i riflettori. In questo momento, per esigenze diverse, tali fatti – su cui non voglio sbilanciarmi in giudizi perché aspetto ulteriori verifiche – sono spettacolarizzati. E tutto concorre, come al solito, per raccontare il mondo degli immigrati secondo una logica ora pietistica, ora criminalizzante». Così, non se ne esce, dice Bitjoka: «È la politicizzazione delle emozioni che genera rabbia e paura». Sulle critiche alla politica, il presidente di Ethnoland è assai bipartisan: «La destra criminalizza, la sinistra strumentalizza. I politici di destra hanno uno strano concetto di immigrazione che legano sempre e comunque al tema della sicurezza. Ma pure io ho il problema della sicurezza, del circolare la sera in certi quartieri, del salire sul tram e stare attento a non farmi sfilare il portafoglio. Giusto mettere in campo la forza per garantirla, ma occorre, al contempo, trovare percorsi che aiutino chi è in difficoltà a inserirsi proficuamente nella società. Invece la destra vede come unico strumento il contrasto. Giusto, ma non basta». E la sinistra? «La sinistra usa il tema dell’immigrazione unicamente per opporsi alla destra. Ma è vuota, non ha idee di fondo. Se non strumentalizzasse il tema degli immigrati, come potrebbe attaccare la destra?». Bitjoka ha da sempre sostenuto che con gli immigrati non serve «né il paternalismo dello Stato e dei sindacati (difendono solo i loro interessi) né un certo pietismo di matrice cattolica». Quello che serve «è dare all’immigrato gli strumenti per diventare protagonista del proprio futuro. Ma si può restituire dignità al diverso solo se si comprende che va rimessa al centro della discussione la centralità della persona. L’uomo ha un valore intrinseco: diamogli la possibilità di diventare protagonista». Tra Milano e provincia vivono 420 mila immigrati, sono il 10 per cento della popolazione e producono l’11 per cento del Pil. Esistono scuole in città dove in classe sono tutti figli di immigrati: «Ecco, diamo loro delle responsabilità, valorizziamoli, facciamoli studiare, inseriamoli nel mondo del lavoro, non lasciamoli per strada». Solo a Milano ci sono 20 mila imprese straniere e la fondazione diretta da Bitjoka si occupa proprio di aiutare gli immigrati a diventare imprenditori. Si chiama Pr.im.i (progetto imprenditori immigrati a Milano) e ha come suo slogan l’idea che «non conta dove e come si è nati, ma ciò che si diventa». Il voto? Non vogliamo “premi” In dieci anni a Milano gli immigrati sono più che raddoppiati (da 86 mila a 212 mila, dati Ismu) e si calcola che tra altri dieci anni oltre il 20 per cento della popolazione sarà di origine straniera. Da tempo si parla di consentire il voto, almeno a livello locale, anche a loro. «Ma gli spazi di libertà vanno conquistati, non regalati», ribatte Bitjoka. «La cittadinanza non può essere considerata un premio, altrimenti il passaporto è solo un pezzo di carta che certifica un aspetto logistico della propria esistenza e non invece, come dovrebbe essere, l’appartenenza a una comunità. Ma ne sono certo: se diventeremo protagonisti conquisteremo anche il diritto al voto. Basta che i politici italiani smettano di fare con gli immigrati le “cose buone”, e inizino a fare le “cose giuste”».
Fonte TEMPI