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Cos’è, quindi, il distributismo? Dopo la pubblicazione della Rerum novarum, si svilupparono in tutta Europa riflessioni e proposte per una nuova organizzazione sociale ed economica ispirata alla grande enciclica di Leone XIII. Il Distributismo è una di queste. Nel 1913, Belloc scrive Lo Stato servile, nel 1925 Padre Vincent Mc Nabb scrive La Chiesa e la terra (da poco edito per la prima volta in Italia, lodevolmente nonostante il ritardo di un secolo, dalla Libreria Editrice Fiorentina), nel 1926 Chesterton pubblica il testo che viene considerato il “Manifesto” del Distributismo dal titolo Il profilo della ragionevolezza (ripubblicato da Lindau nel 2011). Tra gli autori citati nel titolo figura anche John Medaille, che non è coevo degli altri tre, ma è un nostro contemporaneo che insegna Teologia ed Economia all’università di Dallas. Lindau ha appena pubblicato il suo libro Distributismo. Una politica economica di equità e di equilibrio. Questo per dire che il Distributismo non è confinato agli inizi del secolo passato, ma è tuttora presente con riviste – come  la The Distributist Review –, centri di ricerca e pubblicazione di libri ed anche forme associative come per esempio il Movimento distributista, presente anche in Italia. Può essere quindi importante recuperare questo filone di riflessione sociale ed economica “poco nota in Italia”.

Quali sono i punti teorici principali del Distributismo? Belloc puntava sulla diffusione della proprietà, seguendo in ciò la Rerum novarum. Mentre invece “Ci stiamo avvicinando all’instaurazione del lavoro obbligatorio per una maggioranza non libera di nullatenenti a vantaggio di una minoranza libera di detentori della proprietà”. Secondo lui la fede cattolica trasforma lo Stato servile in una società di proprietari, e del resto anche Leone XIII diceva che “il lavoro deve appartenere a chi lavora” e che la proprietà privata è legata alla vera libertà dell’uomo. L’idea di Belloc è quindi che famiglia, proprietà e organismi di solidarietà sociale devono andare insieme.

Padre Mc Nabb pure si ispirava alla Rerum novarum, di cui fu anche divulgatore a livello popolare. Egli, che muore nel 1943 e che dovette assistere alle pesanti derive negative della crisi del ’29 e della due guerre, pensa che la “casa” debba essere al centro dell’economia e della società. La famiglia, il lavoro domestico, la vita in comune, la terra: questi gli ingredienti fondamentali della civiltà: “Una civiltà che si fonda sul lavoro in fabbrica e non su quello a casa non sta in piedi sulle sue gambe perché la famiglia, cioè la casa, è l’unità, cioè il fondamento, la casa è la fabbrica più importante della ricchezza comune”. Lo Stato non deve vivere in modo parassitario sulle famiglie e l’atomizzazione sociale, la rarefazione familiare e l’individualismo, il rifiuto deliberato e promosso di fare famiglia distrugge alla fine sia la società che lo Stato: “È più vero dire che lo Stato ha dei doveri verso la famiglia piuttosto che la famiglia ha dei doveri verso lo Stato”. Tipico di Mc Nabb è l’invito a tornare alla terra, come luogo di virtù essenziali quali la morigeratezza, la sobrietà e il risparmio. Da qui il suo “localismo”, l’autonomia sussidiaria delle varie comunità, che egli tentò di promuovere anche entrando in analisi dettagliate delle rendite agricole e delle voci del salario. Tutti elementi che, se dissociati da un ideologico pauperismo, possono valere anche oggi. Attuale anche la sua critica all’ideologia lavorista: “Lavorare la domenica vuol dire lavorare sette giorni su sette e 365 giorni su 365. Di solito alla fine significa finire in ospedale per tre mesi, in carcere per un anno o in manicomio per il resto della vita. Ogni inglese che lavora volentieri sette giorni su sette non deve essere minacciato di finire all’inferno: se lo è creato con le proprie mani. Il salario del peccato è la morte”.

Chesterton, nel suo Manifesto del Distributismo, vuole correggere l’accentramento col decentramento, voleva la restaurazione della piccola proprietà, criticava il “bluff dei grandi magazzini”, proponeva una riforma dei contratti per scoraggiare la vendita delle piccole proprietà, l’assistenza legale gratuita ai poveri, la destinazione ad uso pubblico delle proprietà e criticava il “servizio sociale” che per lui significava “schiavitù senza fedeltà”.

Ai giorni nostri il Distributismo insiste su alcuni punti chiave: la proprietà della moneta deve essere dei popoli e degli Stati, capitale e lavoro devono essere riuniti, chi lavora deve partecipare alle decisioni importanti della sua vita socio-lavorativa, la famiglia deve essere tutelata nella sua libertà educativa ed economico-sociale.

 

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