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eutanasiadi Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. Il Giornale 19 dicembre 2006. Si può usare un uomo, un uomo per giunta molto malato come Piergiorgio Welby, quale strumento per dimostrare una certa teoria, o per conseguire un determinato  obiettivo politico?

No: non si può. Senza scomodare il decalogo o Gesù di Nazaret, basta l'intelligenza tutta umana di un Cesare Beccaria o di un Immanuel Kant per dirci che non si deve mai usare l'altro come un mezzo, ma sempre come un fine: ricordate la seconda formulazione dell'imperativo categorico? La massima vale sempre e non può essere derogata nemmeno quando, come in questo caso, il protagonista si presta volontariamente alla strumentalizzazione. L'uomo non può autodeterminarsi a qualsiasi cosa: le laiche leggi di un laico Stato moderno non consentono che Tizio si faccia liberamente mutilare senza motivo, o torturare, o ridurre in schiavitù. Con buona pace degli adoratori della libertà come arbitrio assoluto, non esiste affatto un principio giuridico che riconosca all'uomo il diritto a qualsiasi cosa desiderata. C'è sempre un giudizio sulla accettabilità, sulla bontà del contenuto della richiesta: e questo è, a ben guardare, il nodo da sciogliere quando si parla di eutanasia. Si tratta di una verità elementare, che i radicali e i libertari dovrebbero conoscere bene, ma che sembrano ignorare clamorosamente ogni volta che, per raggiungere i loro obiettivi, fanno ricorso a piene mani ai cosiddetti «casi pietosi». La vicenda di Piergiorgio Welby è un esempio da manuale della disinvoltura stupefacente con la quale il variegato fronte dei «diritti civili» manovra nella grande piazza mediatica. Ogni volta che vogliono forzare la mano al legislatore attraverso la «sensibilizzazione » dell'opinione pubblica, i radicali - e le molte Tv e i molti giornali che sono ad essi collaterali - usano sempre la stessa strategia dell'attenzione: si prende una storia sufficientemente forte e la si sbatte in faccia all'uomo della strada per aiutarlo a «decidere ». Il racconto dovrà solleticare le corde dell'emotività. Lettori e telespettatori devono uscirne sconvolti, impauriti e convinti che quella determinata condizione di vita è umanamente insopportabile. Giunti a questo punto, il gioco sembra fatto: molti saranno pronti a firmare qualsiasi cambiale in bianco a politici e intellettuali purché quello scempio di sofferenza sia interrotto. Di più: l'onere della prova sarà ormai invertito: toccherà ai fautori della sacralità della vita tentare di risalire la china e di dimostrare che staccare la spina non si può, parlando in tavole rotonde dove tre ospiti su quattro scuotono la testa e inneggiano all'eutanasia come ultras della «curva tanatos». A quel punto, è dura spiegare la differenza che passa fra l'uso di cure sproporzionate e il dovere di assistenza che obbliga il medico fino alla fine della vita: ormai il polverone mediatico ha reso indistinguibili i contorni precisi delle azioni, e ha lasciato nell'anima una grande sensazione di vuoto e di paura. E così, non la ragione ma i visceri diventano l'unico criterio che ci spinge verso una soluzione rapida e indolore. Ma è una deriva spaventosa nella quale sguazzano i fautori di una laicità asettica e senza giudizi di valore, di uno Stato che assume le sembianze di quel «gelido mostro» di cui parla Max Weber. Come è già accaduto molte volte nel Novecento, il «secolo dell' odio» che ha visto pianificata l'eliminazione di milioni di persone innocenti sull'altare dell'ideologia, anche ora si sta compiendo un passo fatale nella direzione dell'utopia. La folle utopia di chi crede che, affidando l'ora estrema all'arbitrio del singolo e dello Stato - perché sarà poi sempre lo Stato a decidere se e quando hai diritto a essere soppresso - l'uomo possa finalmente sfuggire al dolore e alla morte. Amara illusione. In questi giorni a Radio Radicale è capitato di sentire qualcuno che allarmato sussurra nei microfoni: «Dobbiamo fare presto, altrimenti c'è il rischio che Piergiorgio muoia prima». Parole rivelatrici del tremendo equivoco, l'equivoco per cui l'eutanasia sarebbe un'alternativa benedetta al morire. Ma non è, e non potrà mai essere così, perché siamo mortali ed è questa la grande ingiustizia alla quale nessuna «battaglia per i diritti civili» potrà porre rimedio o consolazione. Ma perché questi cosiddetti «diritti» li chiamano «civili»? 

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