La prima reazione, quando ho appreso “la notizia”, è stata di proporre, ironicamente, un minuto di trenino, al posto del canonico minuto di silenzio. Per correttezza, non volendo prendere meriti non miei, preciso che la paternità della battuta è del comico Maurizio Crozza, che per primo lo propose all’indomani delle dimissioni del Governo Berlusconi. Fatta questa precisazione, è bene fare una riflessione più profonda sull’epoca che si chiude.
Comincio con il consigliare qualche libro. Uno è uscito da poco: “Non giudicare. Conversazioni con i veterani del garantismo”, di Guido Vitiello (Liberilibri). Di un anno fa è “Il partito dei magistrati. Storia di una lunga deriva”, di Mauro Mellini (Bonfirraro Editore). Infine, nel 2010 è stato ristampato “L’uso politico della giustizia” di Fabrizio Cicchitto (Oscar Mondadori). Dalla lettura di questi volumi esce il quadro di come decenni fa abbia preso piede, da parte di una certa magistratura, una concezione di se stessa come di una sorta di élite rivoluzionaria di leniniana memoria. E magari si scoprirà anche la storia della svendita del patrimonio, prima di aziende pubbliche e poi di colossi privati, che aveva fatto la grandezza del nostro capitalismo nel dopoguerra a grandi gruppi finanziari internazionali, svendita avvenuta in contemporanea allo smantellamento giudiziario di quella classe politica della Prima Repubblica che giammai lo avrebbe permesso. E magari si capirà come andò veramente la storia di Bettino Craxi, l’uomo di Sigonella, lo statista che riscoprì, da sinistra, la Patria, inalberando, accanto a quella del socialismo, la bandiera Tricolore, e di come fu che finì in quella seconda Piazzale Loreto che fu il lancio delle monetine all’uscita dall’Hotel Rafael.
E allora si spiegheranno molte cose. Si spiegherà la vera genesi dell’epopea berlusconiana, prima un capitolo, poi la necessaria continuazione, di quella craxiana. Si spiegherà che la sua “discesa in campo” fu davvero la risposta ad una impellente responsabilità storica. Si spiegherà, alla luce di questo, anche la vera storia dei suoi processi, come anche la vera storia di Carlo De Benedetti, il deus ex machina di quella galassia di partiti, movimenti e giornali che per 18 anni hanno fatto la guerra al Cavaliere. De Benedetti è l’avente causa in Italia della famiglia Rotschild, massima beneficiaria della svendita del nostro patrimonio pubblico negli anni Novanta e guardacaso tra gli azionisti di quell’Economist che, dalla City di Londra, è diventato l’organo ufficiale di tutti i nemici sparsi per il mondo dell’Italia, rea di rieleggere Berlusconi ogni volta.
Ma dato atto di tutto questo, è anche ora di dire che Berlusconi, quell’appuntamento con la Storia l’ha mancato. Il vittimismo dei suoi ultimi ultras dice che “non l’hanno lasciato governare”. Ovvio, che si aspettava? La vere cause del suo rovinoso declino sono altre. In primis, il suo cesarismo, nel senso spengleriano del termine. Il Cavaliere non è mai stato in grado e non ha mai nemmeno voluto creare una forza politica strutturata: Forza Italia prima e il Popolo della Libertà poi sono stati movimenti personalistici, in cui non esisteva la classe dirigente ed in cui le ascese ed i declini erano determinati dalla valutazione del capo, basata sul criterio della piaggeria alla sua persona. Questa è stata la debolezza intrinseca di una forza politica che poteva essere grande e che invece si è rivelata, per il momento, microscopica, popolata di buoni a nulla e di affaristi. Va detto che il malcostume dilagante sotto tutti gli aspetti (da quelli legali a quelli “rosa”) esiste ed è di questo che l’esperienza politica berlusconiana è morta, soffocata nel discredito di cui da sola si era ricoperta. Va detto che l’accanimento nei confronti del capo è diventato ad un certo punto poco più che un comodo alibi per personaggi che alla Magistratura avevano davvero qualcosa di cui rendere conto. E va detto che la totale dipendenza dal proprio leader e l’incapacità di costruire leadership alternative, obbligando la più grande forza politica del Paese a ridurre la propria proposta politica ad un puro e semplice mantenimento in vita a tutti i costi di un uomo finito, ha fatto a questa nostra povera Patria un male incalcolabile. E alla fine la sua resa, con l’appoggio al Governo Monti, ha vanificato 18 anni di lotta, consegnando l’Italia ai suoi profittatori, sicchè dell’esperienza berlusconiana, un’esperienza per certi versi gloriosa, rimarrà alla fine ben poco.
In quanto cattolici, poi, è d’obbligo per noi fare un bilancio dell’esperienza politica berlusconiana anche alla luce dei principi non negoziabili. Berlusconi è stato tutto fuorchè il campione della Cristianità, intendiamoci, ma gli va dato atto almeno di avere mantenuto un atteggiamento di sostanziale rispetto nei confronti dei valori condivisi dalla maggioranza dei suoi elettori, in gran parte cattolici (i quali, molto spesso, lo hanno votato “turandosi il naso”) e di aver portato in Parlamento persone in larga prevalenza almeno non ostili alla Chiesa cattolica e alla sua Dottrina Sociale. E se da un lato non ha fatto nulla per abolire o modificare le leggi contro il diritto naturale già presenti nel nostro ordinamento, almeno la marcia delle leggi nichiliste che nel resto dell’Occidente è proceduta a tappe forzate, in Italia si è arrestata o rallentata. Paradossalmente, però, non è mai stato in grado di proporre un modello alternativo basato sui valori forti. Basta vedere l’orgia di sesso, relativismo e volgarità che quotidianamente da anni le sue reti rovesciano nelle nostre case, costituendo la prima causa del decadimento morale nei costumi della nostra società. E questo, purtroppo, rischia di essere il suo lascito principale.In conclusione, da oggi avremo qualcosa in più di cui essere nostalgici. Ma più che di Berlusconi e di ciò che effettivamente è stato, avremo nostalgia della speranza in ciò che avrebbe potuto essere.
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